Ammetto che, per qualche tempo, ho
ascoltato (e quindi apprezzato) Luca Mannutza meno di quanto sia necessario. Un
po' per mia massima colpa, e un po' perché affaccendato nei soliti impegni
quotidiani fra i quali non sempre si inserisce anche ciò che si dovrebbe e in
fondo si potrebbe. Il momento giusto arrivò nel giugno 2006 alla Casa del Jazz
di Roma, quando a Luca fu affidato il compito di collaborare con una mia
chiacchierata su Brad Mehldau, illustrandola con alcuni suoi assoli di
pianoforte (il quale, sia detto per capirci meglio, è il mio strumento
preferito). Bastarono poche note di prova per ricordare alla mia distrazione le
doti di chi avevo di fronte: un pianista diplomato in conservatorio, che aveva
scelto il jazz "dopo", come sempre dovrebbe essere oggi che i Grandi Autodidatti
hanno fatto il loro tempo. Un pianista vigoroso e nello stesso tempo dolce nel
fraseggio e profondamente espressivo che vantava collaborazioni eccellenti. Fu
perfino capace, a un certo momento, di improvvisare un brano come l'avrebbe
fatto Mehldau, ma senza imitarlo. A questo livello, chi collabora
con lui non può che essergli simile nelle qualità e nello stile. Ed ecco il trio
R.A.M., basato su un ottimo interplay, nel quale gli strumenti sono fonti
d'emissione di suoni paritetici e bellissimi. Concentrando l'attenzione su Renzi
e Angelucci, mi vengono in mente certi miei colleghi che sostenevano, trent'anni
fa, che <in Italia si suona il jazz peggiore d'Europa>. Adesso è vero il
contrario, e il prossimo futuro può essere ancora migliore, basta che i colleghi
medesimi non insistano sempre sui soliti cinque o sei nomi, dei quali – per loro
fortuna! – Mannutza, Renzi e Angelucci non fanno parte. Non saprei scegliere,
fra i dieci brani proposti dal cd, il migliore: sono tutti splendidi, quelli
originali e gli altri, e da ascoltare più volte con attenzione per assaporarli
meglio. Ecco, direi che per mio conto ho ascoltato di più Whisper Not di Benny
Golson; ma soltanto per associazioni personali di pensiero. (Franco
Fayenz)
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